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Il Terzo Piano di Azione sulla disabilità: cosa prevede per il Progetto di Vita

di Synergia | 13 Marzo 2026

L’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità (OND) ha elaborato il Terzo Piano di Azione per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità. Si tratta del documento programmatico – approvato il 10 marzo dal Consiglio dei Ministri – con cui l’Italia traduce in priorità operative gli impegni assunti con la Convenzione ONU (CRPD) e la legge delega 227/2021. Il Piano è il risultato di un processo partecipativo condotto attraverso sei gruppi di lavoro tematici dell’Osservatorio, con il coordinamento del Comitato Tecnico Scientifico, e si articola in sette linee di intervento.

Il Piano non è un documento operativo: non indica come condurre una valutazione multidimensionale o come compilare un budget di progetto. Rappresenta però la cornice programmatica da cui discenderanno gli strumenti destinati a incidere concretamente sull’organizzazione dei servizi sociali e sociosanitari: linee di indirizzo nazionali, protocolli operativi, standard di processo, flussi informativi. Per chi è già coinvolto nella sperimentazione del D.Lgs. 62/2024 o si prepara all’estensione alle nuove province – il Piano costituisce un riferimento importante: definisce le priorità su cui il sistema nazionale si muoverà nei prossimi mesi e anni, anticipando le direzioni verso cui sarà necessario orientare l’organizzazione dei servizi.

 

Le sedici azioni sul Progetto di Vita

Tra le sette linee di intervento, quella dedicata al Progetto di Vita è la più articolata: sedici linee di azione che coprono l’intero ciclo del Progetto, dalla valutazione multidimensionale al monitoraggio dei risultati.

Il primo nucleo riguarda la costruzione di un impianto metodologico nazionale. Il Piano chiede la definizione di linee di indirizzo nazionali su valutazione multidimensionale, Progetto di Vita e budget di progetto, da sottoporre alla Conferenza Unificata. Non si parla di principi generici: il documento chiede esplicitamente livelli di processo, standard di attività, diagrammi di flusso, matrici di responsabilità, regole tecniche per la gestione dei dati. L’obiettivo è accompagnare la sperimentazione con una strumentazione operativa condivisa, evitando che ogni territorio costruisca da zero i propri modelli pur valorizzando le esperienze locali. A questo si collega il raccordo tra valutazione multidimensionale e valutazioni settoriali – quelle scolastiche (D.Lgs. 66/2017) e lavorative (L. 68/99) – affinché il Progetto di Vita sia davvero unitario e non la somma di piani scollegati.

Sul piano dei principi, il Piano dedica attenzione specifica all’autodeterminazione: ogni fase del procedimento deve garantire partecipazione attiva e titolarità effettiva della persona, con strumenti concreti come protocolli operativi per le UVM, checklist di controllo, programmi di informazione e empowerment rivolti alle persone con disabilità e ai familiari.

Il budget di progetto – istituto di nuova introduzione voluto dalla legge delega – riceve un’azione dedicata. Il Piano ne richiama la natura: un insieme di risorse di diversa provenienza, formali e informali, flessibile e dinamico. Le azioni puntano a superare le criticità emerse con strumenti analoghi (i vincoli della Vita Indipendente, le rigidità del Dopo di noi), promuovendo format comuni e un repertorio di formule applicative. Sul tema della portabilità e non regressione, il Piano affronta un nodo che gli operatori conoscono bene: garantire che il Progetto non si interrompa al cambio di residenza o nella transizione tra fasi della vita, prevedendo format standardizzati che facilitino l’intervento di nuovi operatori e UVM di diversa competenza territoriale.

Il referente di attuazione (art. 29, D.Lgs. 62/2024) riceve un’intera linea dedicata. Il Piano ne delinea il profilo: una figura di regia che opera come connettore tra servizi e persone, armonizzando competenze e linguaggi organizzativi differenti, coordinando i piani di intervento e affiancando la persona nella rendicontazione delle risorse in autogestione. Si chiedono indirizzi operativi nazionali, percorsi formativi e comunità di pratica tra referenti.

Diverse linee d’azione allargano il perimetro del Progetto di Vita a dimensioni spesso trascurate dai servizi: l’accesso per i minori (con attenzione al livello di maturità e al coinvolgimento delle famiglie), il sostegno alla genitorialità (dalla procreazione all’adozione, fino ai carichi genitoriali), l’affettività (con percorsi di educazione e consapevolezza), i diritti politici (sostegni concreti per il voto e la candidatura).

Una particolare attenzione merita la linea sulla vita indipendente e l’abitare. Il Piano chiede di collocare questo tema nella cornice del Progetto di Vita con una prospettiva esistenziale e durevole, superando l’approccio sperimentale e la sporadicità dei fondi. Si prevede la ricognizione delle buone pratiche territoriali, la costruzione di un repertorio di modelli e una revisione della L. 112/2016 (Dopo di noi) in coerenza con il D.Lgs. 62/2024. Anche il contrasto alla violenza contro le donne con disabilità riceve una linea specifica, con richieste di accessibilità fisica e comunicativa dei centri antiviolenza, formazione degli operatori e potenziamento del numero 1522.

Chiude la sezione l’azione sul monitoraggio: il Piano chiede di generalizzare a tutto il territorio nazionale il sistema di indicatori introdotto con il decreto 197/2024 per la fase sperimentale, arricchendolo con nuovi campi su diritti politici, genitorialità e coinvolgimento degli ETS.

 

Il D.Lgs. 62 nelle altre linee di intervento

I riferimenti al decreto non si esauriscono nella quinta linea di intervento. Nella linea sull’inclusione lavorativa, il Piano chiede il raccordo tra collocamento mirato e valutazione multidimensionale, la promozione dell’accomodamento ragionevole (art. 17, D.Lgs. 62/2024) e il coordinamento tra Progetto di Vita e transizione scuola-lavoro. Nella linea su istruzione e formazione si chiede coerenza tra Progetto di Vita e PEI e l’applicazione dell’accomodamento ragionevole in ambito universitario. La linea sulla salute colloca la dimensione sanitaria come asse del Progetto di Vita, con la partecipazione attiva della persona in ogni fase. Il ruolo degli ETS e delle associazioni attraversa trasversalmente il Piano, coerentemente con la coprogrammazione e coprogettazione previste dal decreto.

 

Cosa significa per chi lavora nei servizi

Il Piano definisce le priorità su cui le istituzioni si impegnano a lavorare. I soggetti responsabili indicati sono Ministeri, Regioni, ANCI – ma la traduzione operativa ricadrà inevitabilmente sugli Ambiti Territoriali e sui loro operatori. Per chi dirige o lavora nei servizi è un’anticipazione di ciò che arriverà: linee guida nazionali, nuovi standard di processo per le UVM, flussi informativi strutturati, investimenti sulla formazione. La sfida, come sempre, sarà nella messa a terra. Ma il fatto che esista una cornice così articolata è già un segnale importante: il Progetto di Vita non è più solo una previsione normativa, ma l’asse portante di una strategia nazionale che richiederà ai territori di attrezzarsi per tempo.