Vai al contenuto

Equità, diritti e servizi: il ruolo del Welfare State nel perseguimento della Giustizia Sociale

di Febo Francesco Napione | 20 Febbraio 2026

Hashatag correlati:

Attualità

Il 20 febbraio si celebra, dal 2008, la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale, istituita con la risoluzione A/RES/62/10 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (26 novembre 2007). La risoluzione riconosce che “lo sviluppo sociale e la giustizia sociale sono indispensabili per il raggiungimento e il mantenimento della pace e della sicurezza all’interno delle nazioni e tra di esse” (par. 1, traduzione nostra) e delinea i principi su cui gli Stati devono concentrarsi: pace e sicurezza, sviluppo sostenibile, piena occupazione e lavoro dignitoso, uguaglianza di genere, accesso al benessere sociale per tutti.

Questi principi sono stati attualizzati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), che ha individuato nella just transition e nel fair employment le leve per costruire una coesione sociale ed economica capace di garantire equità. Il Direttore Generale dell’OIL, Gilbert F. Houngbo, intervenendo al Consiglio informale dei Ministri del Lavoro e degli Affari Sociali dell’UE (EPSCO, 13 febbraio 2026, Nicosia), ha affermato che “la giustizia sociale e l’impiego equo sono il fondamento della coesione sociale e un investimento nella stabilità e nella prosperità a lungo termine dei Paesi” (OIL, 2026, traduzione nostra).

La risoluzione evidenzia i legami tra politiche pubbliche e giustizia sociale, mostrando come certi ambiti di intervento dello Stato siano particolarmente rilevanti per la sua realizzazione. Il presente testo intende sviluppare l’idea che il welfare state, attraverso i suoi strumenti, possa contribuire concretamente all’equità, al pieno godimento dei diritti e, in ultima analisi, alla giustizia sociale.

È utile anzitutto chiarire il concetto. Il rapporto inaugurale dell’OIL “The State of Social Justice: A Work in Progress” (2025) definisce la giustizia sociale come equità, uguaglianza, voce e capacità di agire per determinare la propria vita in condizioni di dignità (OIL, 2025). A livello nazionale, questa definizione trova ancoraggio nell’articolo 3, comma 2, della Costituzione italiana: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. L’articolo del Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, pubblicato in occasione della Giornata Mondiale 2025, sottolinea come il concetto di transizione giusta emerga quale strategia chiave per affrontare simultaneamente le sfide ambientali ed economiche: la transizione “non è limitata alla decarbonizzazione, ma è pensata come una redistribuzione equa delle risorse e delle opportunità” (Centro Diritti Umani, 2025). È nel solco di questa lettura integrata che si colloca la presente riflessione.

La risoluzione del 2007 si rivolge agli Stati membri dell’ONU e adotta una prospettiva globale, riconoscendo che il raggiungimento della giustizia sociale richiede uno sforzo collettivo che va oltre i confini nazionali. La pace, ad esempio, è indicata come condizione necessaria: gli Stati sono chiamati non solo a perseguire la giustizia sociale al proprio interno, ma anche a non fare guerra tra loro, poiché il conflitto ne minerebbe le fondamenta. Si tratta al contempo di un processo di politica interna e di relazioni internazionali orientate alla cooperazione. Concentrare l’analisi sul welfare state comporta tuttavia un restringimento di campo verso i meccanismi interni allo Stato. Questa scelta si giustifica perché le politiche sociali nazionali rappresentano lo strumento più diretto attraverso cui i principi della risoluzione possono tradursi in realtà concreta per i cittadini. Il welfare state è il livello in cui le direttrici globali — pace, lavoro dignitoso, transizione giusta — diventano politiche operative: sistemi di protezione sociale, servizi di formazione, redistribuzione delle risorse. Senza questa infrastruttura, gli impegni internazionali restano dichiarazioni di principio. Resta la consapevolezza che, senza affrontare queste dinamiche anche su scala globale, la stessa tenuta interna può vacillare.

Le tre direttrici su cui si articola l’analisi — pace e sicurezza, just transition, fair employment — non emergono letteralmente dalla risoluzione del 2007, ma ne attualizzano i principi alla luce del dibattito contemporaneo promosso dall’OIL, in particolare dalla Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa (2008) e dal recente intervento di Houngbo all’EPSCO informale di Nicosia (13 febbraio 2026).

Pace e sicurezza

La risoluzione pone la pace come condizione necessaria e insieme traguardo del processo di rimozione degli ostacoli allo sviluppo della persona. Sebbene il nesso tra welfare e pace sia meno immediato rispetto alle altre direttrici, spostando lo sguardo sul piano interno si può osservare come le politiche sociali incidano sulla coesione e sulla sicurezza di una comunità. Se consideriamo l’assenza di pace come esito di uno scontro su questioni ideologiche o distributive, almeno per la seconda dimensione le politiche sociali possono svolgere un ruolo di prevenzione.

La sociologia offre un solido quadro teorico a sostegno di questa tesi. Robert K. Merton, nel saggio “Social Structure and Anomie” (1938), poi ampliato in “Social Theory and Social Structure” (1949), ha analizzato la tensione strutturale generata dalla discrepanza tra gli obiettivi che una società promuove — il successo economico, ad esempio — e la distribuzione disuguale dei mezzi legittimi per raggiungerli. Quando tutti aspirano agli stessi traguardi ma solo alcuni dispongono delle opportunità per realizzarli, le risposte possono assumere la forma di devianza, ritualismo, rinuncia o ribellione. Da questa analisi discende che il welfare state, rendendo accessibili i mezzi legittimi — istruzione, lavoro, servizi, redistribuzione — riduce la tensione strutturale e con essa il potenziale di conflitto. In continuità con Merton, Ted Robert Gurr, in “Why Men Rebel” (1970), ha sviluppato la teoria della deprivazione relativa, mostrando come la percezione di un divario tra ciò che le persone ritengono di meritare e ciò che effettivamente ottengono costituisca una delle radici della violenza politica. Quando ampie fasce della popolazione si percepiscono escluse dai benefici della crescita economica, il rischio di instabilità aumenta. Più recentemente, Richard Wilkinson e Kate Pickett, in “The Spirit Level” (2009), hanno fornito evidenze empiriche comparative tra paesi sviluppati, mostrando che le società più disuguali presentano sistematicamente tassi più elevati di violenza, criminalità, problemi di salute e minore coesione sociale: la disuguaglianza di reddito erode la fiducia reciproca e alimenta ansie di status che si traducono in disfunzioni diffuse.

Politiche redistributive in contesti deprivati e politiche di attivazione lavorativa possono dunque contribuire alla prevenzione dei conflitti. Inoltre, politiche sociali volte a superare lo svantaggio socioeconomico possono limitare le disuguaglianze alla nascita — condizione in cui il benessere materiale futuro dipende in larga misura dal reddito dei genitori. Correggere gli effetti distorsivi del mercato attraverso la redistribuzione e l’accesso ai servizi incide sulle fratture sociali e, con esse, sulla giustizia sociale complessiva.

Transizione giusta

Con green transition si intende la trasformazione dei sistemi produttivi verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio: un ripensamento profondo che ridisegna il mercato del lavoro privilegia nuove figure professionali e disincentiva i settori produttivi più inquinanti. L’aggettivo “just” indica che questo processo deve essere governato affinché i benefici siano condivisi e non avvantaggino solo una parte dei coinvolti: non basta far evolvere il sistema sul piano ecologico; occorre garantire, attraverso politiche sociali ed economiche, che la transizione sia equa anche sul piano sociale. Come sottolinea il Centro Diritti Umani dell’Università di Padova, essa “non è limitata alla decarbonizzazione, ma è pensata come una redistribuzione equa delle risorse e delle opportunità”, con l’obiettivo che il passaggio verso economie a basse emissioni avvenga “parallelamente all’adozione e all’implementazione […] di politiche che mettano al centro le persone e l’ambiente” (Centro Diritti Umani, 2025).

La just transition ridisegna dunque il ruolo dello Stato e del welfare all’interno della trasformazione in corso. Non si può parlare di giustizia sociale se i benefici della transizione green, in un contesto di crescita economica, non vengono redistribuiti a chi ne è rimasto escluso o ne è vittima. Se il welfare state riuscisse ad applicare il principio di equità — e non soltanto di uguaglianza formale — potrebbe spostare risorse dai “vincitori” della transizione verso chi ne è stato penalizzato. Politiche di formazione continua, riqualificazione professionale, interventi pensionistici e redistributivi consentirebbero una diffusione più ampia del benessere e limiterebbero i danni sociali di una rivoluzione sistemica di questa portata. Lo stesso Houngbo ha avvertito che le transizioni in corso — digitale, ambientale, demografica — comportano rischi di esclusione e disparità regionali se non accompagnate da politiche deliberate, e che senza quadri di transizione giusta la resistenza sociale e le disuguaglianze rischiano di aggravarsi (OIL, 2026). La giustizia sociale, in questo ambito, si realizza quando il surplus generato dai settori produttivi della transizione non avvantaggia soltanto chi è favorito dal processo, ma viene impiegato per garantire opportunità e benessere anche a chi ne è rimasto ai margini, alimentando solidarietà sociale e responsabilità intergenerazionale.

Impiego giusto

L’OIL, attraverso la Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa (2008) e l’Agenda del lavoro dignitoso, ha posto al centro delle proprie politiche quattro pilastri: occupazione, protezione sociale, dialogo sociale e diritti sul lavoro. Il concetto di fair employment, così come rilanciato da Houngbo all’EPSCO di Nicosia, va oltre la semplice disponibilità di un impiego: comprende salari dignitosi, adeguata protezione sociale, opportunità di sviluppo delle competenze e riduzione delle disuguaglianze. Houngbo ha sottolineato come, nonostante i solidi quadri normativi europei, milioni di lavoratori continuino a fronteggiare condizioni di insicurezza, e ha argomentato che i salari dignitosi sono essenziali per far avanzare la giustizia sociale, richiamando il recente accordo tripartito dell’OIL sulle politiche salariali e la Direttiva UE sui salari minimi adeguati (2022), convalidata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (OIL, 2026).

In questo quadro, il welfare state è chiamato a contrastare gli effetti del mercato che amplificano le disuguaglianze, tutelando la qualità del lavoro in termini di compenso e condizioni. Il fenomeno dei working poors ne è un indicatore eloquente: l’aumento del costo della vita non è accompagnato da un corrispondente aumento delle risorse a disposizione di chi lavora. Il lavoro, in altre parole, non è più sufficiente a proteggere individui e famiglie dalla povertà. Chi si trova in questa condizione può essere costretto a scegliere tra curarsi e nutrirsi adeguatamente, tra riscaldare la propria casa e sostenere le spese essenziali della vita quotidiana. Queste fratture generano profonde disuguaglianze di opportunità e di salute, scavano solchi tra fasce sociali e rischiano di alimentare conflitti, oltre che di negare il godimento dei diritti fondamentali. Se il lavoro dignitoso si concentra nei settori della transizione, accessibili attraverso una formazione adeguata, chi ne resta escluso si ritrova confinato in opportunità lavorative precarie e mal retribuite — un contesto di ingiustizia in cui lavorare non basta più a soddisfare i bisogni primari. Gli Stati dovrebbero dunque investire nella riqualificazione di chi è in età lavorativa ed è rimasto fuori dal mercato della transizione, e nel miglioramento delle condizioni generali del lavoro. In questo senso, come ha ribadito Houngbo, il dialogo sociale tra governi, datori di lavoro e lavoratori resta indispensabile per progettare politiche occupazionali efficaci e mantenere la fiducia nei periodi di rapido cambiamento (OIL, 2026).

Il welfare state ha dunque un ruolo centrale nel garantire equità, promuovere opportunità attraverso politiche sociali e lavorative e dotare il sistema di servizi capaci di contrastare le disuguaglianze. È anche garante di diritti — primo fra tutti quello al lavoro — e ha una responsabilità essenziale nel governare la transizione economica ed ecologica in modo che non produca nuove esclusioni. Già nel 2007, la risoluzione che ha istituito questa Giornata osservava che “la globalizzazione e l’interdipendenza stanno aprendo nuove opportunità […] per la crescita dell’economia mondiale e lo sviluppo e il miglioramento dei livelli di vita in tutto il mondo, mentre al contempo permangono sfide serie, tra cui […] insicurezza, povertà, esclusione e disuguaglianza all’interno delle società e tra di esse” (Risoluzione A/RES/62/10, par. 3, traduzione nostra). Perché la transizione dei sistemi produttivi non generi ulteriori fratture, occorre riconoscere il ruolo di tutela che lo Stato e il welfare possono svolgere, facendo sì che questo processo diventi un’occasione di maggiore giustizia sociale.

Bibliografia

Gurr, T. R. (1970). Why Men Rebel. Princeton University Press.

Merton, R. K. (1938). Social Structure and Anomie. American Sociological Review, 3(5), 672-682.

Merton, R. K. (1949). Social Theory and Social Structure. The Free Press.

Wilkinson, R., & Pickett, K. (2009). The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better. Allen Lane.

Sitografia e documenti istituzionali

Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2007). Risoluzione A/RES/62/10, World Day of Social Justice, adottata il 26 novembre 2007. Disponibile: https://undocs.org/A/RES/62/10

Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, Università di Padova (2025). Giornata mondiale per la giustizia sociale, 20 Febbraio 2025: l’importanza di una transizione giusta per affrontare il cambiamento climatico e un sistema economico non più sostenibile. Disponibile: https://unipd-centrodirittiumani.it/it/notizie/giornata-mondiale-per-la-giustizia-sociale-20-febbraio-2025-limportanza-di-una-transizione-giusta-per-affrontare-il-cambiamento-climatico-e-un-sistema-economico-non-piu-sostenibile

Organizzazione Internazionale del Lavoro (2008). Dichiarazione dell’OIL sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa, adottata alla 97ª sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, 10 giugno 2008. Disponibile: https://www.ilo.org/it/publications/dichiarazione-delloil-sulla-giustizia-sociale-una-globalizzazione-giusta

Organizzazione Internazionale del Lavoro (2025). The State of Social Justice: A Work in Progress. ILO Flagship Report. Ginevra: International Labour Office. Disponibile: https://www.ilo.org/research-and-publications/state-social-justice-2025

Organizzazione Internazionale del Lavoro (2026). ILO Director-General calls for fair employment to be at the heart of social justice. Discorso del Direttore Generale Gilbert F. Houngbo all’EPSCO informale, Nicosia, 13 febbraio 2026. Disponibile: https://www.ilo.org/resource/news/ilo-director-general-calls-fair-employment-be-heart-social-justice

Costituzione della Repubblica Italiana (1948). Articolo 3, comma 2.

?div