All’inizio del nuovo anno, parlare di welfare significa prima di tutto interrogarsi sul suo stato di salute. Non in termini emergenziali o ideologici, ma con lo sguardo lungo di chi osserva le trasformazioni strutturali che attraversano il Paese. Le riflessioni che seguono prendono le mosse dall’intervista a Natale Forlani, Presidente di INAPP, realizzata il 1° dicembre 2025 da Maurizio Molinari, scrittore ed editorialista di la Repubblica, in occasione dell’evento A&F Live dedicato al welfare. Un confronto che, partendo dai dati e dalle tendenze strutturali, offre una chiave di lettura utile per interrogarsi sullo stato di salute del welfare italiano e sulle sfide che attendono il Paese nei prossimi anni.
L’Italia sta entrando in una fase di invecchiamento strutturale della popolazione. Non si tratta più di uno scenario ipotetico, ma di una traiettoria già tracciata: calo delle nascite, aumento dell’età media, riduzione della popolazione in età attiva. Le proiezioni indicano un Paese che, nei prossimi anni, vedrà diminuire la base contributiva e crescere il numero di persone a carico, con effetti diretti sulla produttività e sulla sostenibilità del sistema di welfare. Il punto critico non è solo economico. È culturale. Cambiano gli stili di vita, le aspettative, le forme della relazione e dell’investimento sulle nuove generazioni. In questo contesto, la domanda centrale diventa inevitabile: è possibile restare un Paese benestante in una società che invecchia? I dati suggeriscono che senza un cambio di paradigma la risposta rischia di essere negativa.
Il tema demografico si intreccia direttamente con quello del lavoro. L’Italia parte da una posizione di svantaggio: un tasso di occupazione inferiore alla media europea, un mismatch crescente tra domanda e offerta di competenze, una difficoltà strutturale nel ricambio generazionale. Negli ultimi anni, una parte significativa della tenuta del mercato del lavoro è stata garantita dagli over 65, portatori di saperi e mestieri che il sistema non è riuscito a trasmettere alle generazioni più giovani. Un segnale che parla di resilienza, ma anche di fratture profonde nei processi di formazione e qualificazione.
Ricostruire la popolazione attiva significa agire su due leve decisive: investire seriamente nell’ingresso qualificato dei giovani nel mercato del lavoro e aumentare in modo strutturale l’occupazione femminile. Sono scelte già percorse da altri Paesi europei, con risultati evidenti. In Italia, al contrario, il ritardo sulle politiche attive continua a pesare come un’eredità irrisolta.
La spesa sociale italiana, nel suo complesso, è in linea con quella europea. Il problema non è tanto la quantità delle risorse, quanto il loro utilizzo. Negli ultimi anni si è assistito a un forte incremento degli interventi monetari di sostegno, spesso configurati come misure selettive e frammentate, prevalentemente basate sull’ISEE. Questa dinamica ha assorbito una quota crescente di risorse pubbliche senza tradursi in un rafforzamento strutturale dei servizi, in particolare nei settori della sanità, della cura e dell’istruzione. Questi ambiti hanno una caratteristica comune: sono radicati nei territori, occupano in larga parte donne e richiedono competenze elevate. Il blocco del turnover e la mancanza di investimenti hanno prodotto una perdita significativa di capitale umano, soprattutto giovane e qualificato, con effetti che si riverberano sulle disuguaglianze territoriali e sociali.
In un’economia sempre più segnata dall’innovazione tecnologica, la vera risorsa strategica sono le competenze. Non solo quelle tecniche, ma anche quelle umane, relazionali, adattive. L’intelligenza artificiale, oggi, non interroga solo l’organizzazione del lavoro, ma il senso stesso dell’agire produttivo e formativo. In questo scenario, la formazione permanente non può restare una dichiarazione di principio. Richiede reti, attori diversi, una governance capace di coinvolgere imprese, istituzioni educative e sistemi territoriali. Fondi e strumenti esistono, ma risultano ancora ampiamente sottoutilizzati. Senza un salto di qualità in questo campo, il rischio è quello di ampliare ulteriormente le disuguaglianze e l’esclusione dal mercato del lavoro.
Anche il tema migratorio si inserisce in questo quadro complesso. Da un lato, il fabbisogno di forza lavoro; dall’altro, il rischio di una gestione che produce precarietà, lavoro povero e marginalità. Un modello che alimenta il lavoro sommerso e non genera reale integrazione né mobilità sociale. Affrontare seriamente il tema dei flussi significa qualificare gli ingressi, investire in produttività e competenze, offrire alle persone percorsi di crescita economica e sociale. Non si tratta di solidarietà astratta, ma di costruzione di un mercato del lavoro più giusto, efficiente e civile.
Il filo che attraversa tutte queste dimensioni è la necessità di una governance capace di tenere insieme attori pubblici e privati, territori, istituzioni formative e sistema produttivo. Il welfare del futuro non può essere autoreferenziale né frammentato. Richiede scelte rapide, coordinate e orientate al lungo periodo.
L’Italia non soffre tanto di scarsità di risorse, quanto di un loro utilizzo inefficiente. Ricostruire il pilastro della produzione, del lavoro di qualità e della coesione sociale è una sfida che riguarda tutti. È da qui che passa la possibilità di un welfare capace non solo di proteggere, ma di generare benessere e futuro.