Nel 2025 la deprivazione abitativa in Italia si configura come una componente strutturale della più ampia crisi della povertà, connessa tanto alla dinamica dei redditi quanto alla trasformazione del mercato immobiliare e del lavoro. Secondo i dati Istat, nel 2024 il 5,6% della popolazione viveva in condizioni di grave deprivazione abitativa, ossia in abitazioni sovraffollate e con almeno un grave problema strutturale, di servizi igienici o di luminosità, mentre la quota di popolazione in sovraccarico dei costi della casa si attestava al 5,1%, indicando nuclei che destinano una porzione eccessiva del reddito a canone e utenze, con margini minimi per altre spese essenziali. La criticità è particolarmente accentuata tra le famiglie giovani: la quota di nuclei in grave deprivazione abitativa in cui il principale percettore di reddito ha meno di 35 anni è cresciuta dal 7,6% del 2019 al 12,1% nel 2024, segnalando un forte ostacolo ai percorsi di autonomia residenziale e un aumento delle situazioni di giovani adulti che non riescono a uscire dalla famiglia d’origine nonostante il lavoro, spesso precario o a bassa remunerazione, configurandosi come working poor.
I dati Istat mostrano inoltre che tra le persone in condizioni di povertà assistite il disagio abitativo ha un carattere marcatamente multidimensionale: un terzo degli utenti presenta almeno una forma di disagio legato alla casa, più di un quinto vive una grave esclusione abitativa (senza tetto, senza casa, in sistemazioni insicure o inadeguate) e, tra chi ha una dimora stabile, prevalgono posizioni abitative fragili come l’affitto da privati o l’alloggio popolare, con differenziali marcati a sfavore dei cittadini stranieri, più frequentemente in affitto e meno spesso proprietari. In questo quadro, la deprivazione abitativa nel 2025 non può essere letta solo come mancanza di alloggio, ma come esito di traiettorie di vulnerabilità intrecciate – reddito insufficiente, lavoro povero, precarietà contrattuale, debolezze familiari, status migratorio – che producono un rischio elevato di esclusione sociale per ampie fasce di popolazione, in particolare giovani, famiglie con minori e persone sole nelle aree urbane a più alta pressione dei canoni.
L’emergenza abitativa si intreccia in modo profondo con le sfide dell’adattamento climatico e con le pratiche di rigenerazione urbana, un filo rosso richiamato più volte anche durante la Conferenza “Città nel futuro 2030-2050”, promossa da Ance dal 7 al 9 ottobre 2025. In questa prospettiva, un approccio sociale alla rigenerazione delle città di matrice biopolitica – che pone al centro dell’azione politica le condizioni di vita degli esseri umani in termini di salute, alimentazione, dinamiche demografiche e rischi ambientali – trova una traduzione operativa nell’«agopuntura urbana» proposta dall’architetto e sociologo Marco Casagrande, basata su piccoli interventi mirati in punti strategici del tessuto urbano, capaci di generare effetti positivi e diffusi sul benessere collettivo. Alla base di tale visione vi è l’idea che le città siano organismi viventi e che le aree problematiche o abbandonate rappresentino veri e propri punti di perdita di energia: intervenire su queste zone significa permettere alle persone di riappropriarsene e ristabilire un flusso vitale equilibrato. Anche azioni circoscritte su “aree depresse” possono così contribuire a risanare il tessuto urbano e aprire nuove opportunità nei luoghi più fragili, come se la sofferenza umana trovasse eco e concentrazione negli spazi abitativi, irradiandosi poi sull’intero territorio. L’obiettivo condiviso dell’agopuntura urbana è recuperare spazi per i cittadini, affinché i residenti possano partecipare attivamente alla modellazione dell’ambiente quotidiano e viverlo in chiave comunitaria. In questo processo le risorse locali assumono un ruolo decisivo, poiché i cittadini – inclusi coloro i quali vivono condizioni di marginalità e che faticano ad accedere a opportunità lavorative o formative attraverso i canali istituzionali – sono considerati le prime energie da mobilitare. Attraverso azioni specifiche, queste persone possono riattivarsi sul piano operativo, intraprendendo nuovi percorsi individuali e collettivi.
Favorire l’inserimento sociale e lavorativo di chi sperimenta una difficoltà, incrementando al contempo le occasioni di interazione sociale tramite i servizi offerti, genera, secondo i principi dell’agopuntura urbana, un movimento virtuoso che produce benefici per l’intera comunità. Questo approccio, inteso come metafora rigenerativa per rileggere e rilanciare pratiche di lavoro sociale, animazione culturale e sviluppo di comunità nei quartieri, mira infine a innescare un processo positivo capace di migliorare non solo la vivibilità di una singola area, ma, per osmosi, quella dell’intera città, attraverso la riappropriazione di sue parti dimenticate.