Australia: social vietati ai minori di 16 anni. È possibile proteggere senza limitare la libertà online?

Negli ultimi anni, il dibattito sull’impatto dei social media sul benessere degli adolescenti si è progressivamente intensificato, spostandosi da un’attenzione prevalentemente educativa e preventiva verso ipotesi di interventi regolatori più stringenti. In questo contesto si colloca la recente decisione dell’Australia di introdurre il divieto -entrato in vigore lo scorso 10 dicembre- di accesso a dieci principali piattaforme di social media per i minori di 16 anni. Tale misura è stata presentata come una risposta alle crescenti preoccupazioni relative alla salute mentale adolescenziale e rappresenta uno degli interventi più restrittivi adottati finora in ambito digitale.

La scelta australiana non emerge tuttavia in modo isolato, ma si inserisce in un quadro più ampio di riflessione scientifica e di policy che, negli ultimi anni, ha messo in evidenza la natura ambivalente dell’uso dei social media durante l’adolescenza. È proprio questa ambivalenza -tra potenziali benefici e rischi per il benessere psicologico- a rendere oggetto di dibattito la strada del divieto generalizzato.

Evidenze scientifiche su benefici e rischi dell’uso dei social media in adolescenza

La letteratura scientifica più recente descrive i social media come spazi che possono svolgere funzioni rilevanti di connessione sociale, accesso alle informazioni e supporto tra pari, in particolare in contesti caratterizzati da isolamento sociale o da limitata disponibilità di servizi di salute mentale. Come discusso da Osborne (2025), l’uso dei social media può contribuire alla costruzione di reti di supporto e alla condivisione di esperienze, offrendo opportunità di inclusione soprattutto per gruppi socialmente o geograficamente marginalizzati.

Parallelamente, numerosi studi segnalano associazioni tra un uso intensivo e non mediato dei social e una serie di esiti negativi sul piano del benessere psicologico, tra cui sintomi ansioso-depressivi, disturbi del sonno, esposizione a cyberbullismo e dinamiche di confronto sociale sfavorevoli. Tali effetti risultano particolarmente rilevanti in età adolescenziale, una fase dello sviluppo caratterizzata da profondi cambiamenti neurobiologici e identitari che possono accrescere la sensibilità alle pressioni ambientali, incluse quelle digitali.

Nel loro insieme, le evidenze disponibili non supportano interpretazioni univoche dell’impatto dei social media, ma suggeriscono piuttosto che gli effetti dipendano da una pluralità di fattori, tra cui l’intensità e le modalità d’uso, il contesto sociale e il livello di supporto educativo. In questa prospettiva, i social media possono essere intesi come strumenti potenzialmente sia protettivi sia rischiosi, a seconda delle condizioni in cui vengono utilizzati (Osborne, 2025).

Il divieto come risposta di policy: questioni di efficacia e implementazione

Alla luce di questo quadro, la decisione di ricorrere a un divieto generalizzato solleva interrogativi rilevanti sul piano dell’efficacia e della sostenibilità delle politiche pubbliche. In particolare, ci si può interrogare se un approccio fondato principalmente sulla restrizione dell’accesso sia in grado di incidere sui meccanismi attraverso cui i social media producono effetti negativi, oppure se rischi di affrontare solo parzialmente il problema.

Un primo elemento critico riguarda la concreta applicabilità del divieto. È stato osservato, nel dibattito scientifico e di policy, che misure restrittive basate sull’età possono essere soggette a forme di elusione da parte degli utenti più giovani, attraverso pratiche che riducono la capacità di enforcement delle norme. In assenza di adeguati meccanismi di accompagnamento, esiste quindi il rischio che il divieto produca un disallineamento tra regolazione formale e pratiche effettive di utilizzo delle piattaforme.

Inoltre, un approccio centrato esclusivamente sull’interdizione dell’accesso potrebbe trascurare il ruolo delle competenze digitali e della mediazione educativa nel mitigare i rischi associati ai social media. Considerato che tali piattaforme costituiscono ormai una componente strutturale degli ambienti di socializzazione contemporanei, l’assenza di strategie educative potrebbe limitare la capacità degli adolescenti di sviluppare un uso consapevole e critico degli strumenti digitali.

Educazione o proibizione? Una tensione ancora aperta

Questi elementi sollevano una questione centrale nel dibattito sulle politiche digitali per i minori: se sia più efficace limitare l’accesso ai social media o investire in interventi di alfabetizzazione digitale, accompagnamento educativo e responsabilizzazione degli attori coinvolti, incluse le piattaforme stesse. Le evidenze disponibili suggeriscono che interventi orientati allo sviluppo di competenze e alla creazione di ambienti digitali più sicuri possano offrire risposte più flessibili rispetto a misure esclusivamente proibitive.

Ciò non implica necessariamente una rinuncia alla regolazione, ma piuttosto la necessità di interrogarsi sul bilanciamento tra protezione, autonomia e apprendimento. In questa prospettiva, il divieto può essere interpretato come una delle possibili opzioni di policy, la cui efficacia dipende tuttavia dal contesto di implementazione e dall’integrazione con altre strategie di intervento.

Il contesto internazionale

L’entrata in vigore del divieto australiano ha attirato l’attenzione anche al di fuori del contesto europeo, contribuendo ad alimentare un confronto più ampio sulle modalità di regolazione dell’accesso dei minori ai social media a livello globale. In Malesia, ad esempio, la discussione si inserisce in un quadro normativo già orientato a un controllo stringente dei contenuti digitali, con particolare attenzione agli aspetti morali e alla tutela dei minori, rendendo il modello australiano compatibile con una logica di intervento statale diretto.

In Kenya, l’osservazione del caso australiano si confronta invece con condizioni strutturali profondamente diverse, caratterizzate da una rapida diffusione dell’accesso mobile, da marcate disuguaglianze digitali e da una capacità di enforcement più limitata. In tali contesti, l’adozione di misure fondate su divieti formali solleva interrogativi non solo in termini di efficacia, ma anche di equità e fattibilità, soprattutto alla luce del rischio di impatti asimmetrici sui gruppi già più vulnerabili.

Questi esempi suggeriscono che il caso australiano stia operando meno come un modello immediatamente trasferibile e più come un catalizzatore di riflessione comparata sulle possibili traiettorie di regolazione dei social media per i minori.

Il dibattito europeo

La scelta australiana ha contribuito a riattivare il dibattito anche a livello europeo. Recentemente, il Parlamento ha avviato una discussione sull’ipotesi di limitare o vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni, facendo esplicito riferimento all’esperienza australiana come possibile punto di osservazione (Corriere della Sera, 27 novembre 2025). Questo passaggio segnala come la questione stia assumendo una rilevanza crescente nel quadro della governance digitale, superando i confini dei singoli contesti nazionali.

Nel contesto europeo, il confronto si inserisce in una tradizione regolatoria che ha finora privilegiato approcci basati sulla responsabilizzazione delle piattaforme e sulla tutela dei diritti fondamentali, piuttosto che su divieti generalizzati. In Danimarca, ad esempio, il dibattito appare più cauto e si intreccia con un modello di welfare digitale che enfatizza l’educazione, la corresponsabilità delle famiglie e la regolazione dei servizi, più che l’interdizione dell’accesso.

È tuttavia notizia fresca che la Francia di Macron ha approvato un disegno di legge per vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Il ddl passerà all’esame del Senato parigino e, se adottato, sarà attivo già da settembre in virtù dell’accelerazione delle procedure chiesta a gran voce dal presidente. In tal caso, la Francia sarà la prima nazione europea ad imporre limitazioni (Ansa, 28 gennaio 2026).

Quanto all’Italia, il disegno di legge bipartisan che, oltre a interdire l’accesso ai minori di 15 anni, mira a contrastare i “baby influencer”, resta fermo al Senato.

In conclusione, la tensione tra questi modelli rappresenta oggi lo spazio di riflessione cruciale sul futuro delle politiche digitali per i minori, mettendo in discussione l’equilibrio tra protezione, autonomia e responsabilità istituzionale.

 

Bibliografia e sitografia

Osborne, A. (2025). Balancing the benefits and risks of social media on adolescent mental health in a post-pandemic world. Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health, 1992. https://doi.org/10.1186/s13034-025-00951-z

Ansa. (2025). Social network vietati agli under 15, primo sì in Francia. 28 January 2026.

Corriere della Sera. (2025). Dal 10 dicembre in Australia scatta il divieto ai social per gli under 16: multe salate per le piattaforme che non si adeguano. 7 December 2025.

Corriere della Sera. (2025). Social vietati ai minori di 16 anni: anche in Europa il voto del Parlamento UE che guarda al modello australiano. 27 November 2025.

Internazionale. (2025). Australia: è entrato in vigore il divieto dei social network per i minori di 16 anni. 10 December 2025.